Bertolt Brecht : “Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente”





Non mi piace pensare che esiste l’ingiustizia della legge, non mi piace perché è dura da digerire, mi rendo conto che spesso e volentieri si perde traccia degli eventi perché non sono più sensazionali e solo grazie alla diretta conoscenza delle persone coinvolte verrai a sapere che quella storia non è finita così. Ma…………..  “ Non c’è niente di più profondo di ciò  che appare in superficie “





Pino Ciampolillo


Monday, February 22, 2016

Ars: inizia il vero dibattito sulla Finanziaria 2016 che dovrebbe impoverire (e forse finire di massacrare) i siciliani







Ars: inizia il vero dibattito sulla Finanziaria 2016 che dovrebbe impoverire (e forse finire di massacrare) i siciliani


Oggi a Sala d’Ercole sarà la volta del Bilancio a legislazione vigente. Domani si entrerà nel vivo della manovra che dovrà scippare a 5 milioni di siciliani altri 500 milioni di Euro. A pagare il conto saranno Comuni (che dovranno aumentare la pressione fiscale locale), ex Province (già fallite) e spesa sociale (le categorie deboli diventeranno ancora più deboli). Ma il vero obiettivo dell’assessore-commissario Baccei è lo smantellamento dell’articolo 36 dello Statuto. L’incognita di una sanatoria edilizia lungo le coste che la mafia chiede dal 2001…
La settimana politica e parlamentare che si apre oggi all’Assemblea regionale siciliana dovrebbe segnare l’inizio dell’esame – e delle relative votazioni, articolo per articolo – della manovra economica e finanziaria 2016. Oggi sarà la volta del Bilancio a legislazione vigente. Nulla di nuovo, né di particolare. Da quando il governo nazionale ha avviato lo ‘svuotamento’ delle ‘casse’ regionali, il Parlamento dell’Isola adotta la seguente strategia: piazza nel Bilancio tutte le spese obbligatorie (in pratica, il funzionamento della ‘macchina’: il costo del personale, le spese obbligatorie – comprese le spese dell’Ars – le rate dei mutui, la sanità), lasciando nella Finanziaria (o ex tale, visto che ora si parla di legge di Stabilità) tutte le altre spese che, per mancanza di soldi, diventano aleatorie: ovvero capitoli che possono essere finanziati con soldi veri o con soldi che il governo nazionale deve ancora erogare.
Di fatto, il dibattito entrerà nel vivo domani, dal momento che sul Bilancio a legislazione vigente i ‘giochi’ sono fatti.
Come scriviamo spesso, la manovra di quest’anno, per i tanti siciliani che dipendono dalla spesa pubblica, sarà fatta di lacrime e sangue. Non per tutti, s’intende, ma per una parte sì.
Nel silenzio generale governo e Ars hanno operato un miliardo di Euro circa di tagli orizzontali in quasi tutti i capitoli del Bilancio 2016. E dovranno tagliare altri 500 milioni di Euro. In questo caso non si tratta di una scelta, ma di un ulteriore passaggio obbligato imposto dal governo Renzi. Roma, com’è noto, solo nello scorso anno, dopo aver tagliato ala Regione circa 10 miliardi di Euro (comprese entrate che, a norma di Statuto, spettano alla stessa Regione), dovrebbe restituire un miliardo e 400 milioni di Euro circa.
Di questa somma, 900 milioni di Euro dovrebbero essere già nelle ‘casse’ regionali. All’appello mancano circa 550 milioni di Euro. Che lo Stato erogherà solo dopo che governo e Ars avranno effettuato altri 500 milioni di Euro di tagli.
Di fatto, i tagli, il governo Renzi, attraverso la sua lunga mano in Sicilia – con riferimento all’assessore-commissario all’Economia, Alessandro Baccei – li ha imposti: se governo Crocetta e Ars non effettueranno i tagli per 500 milioni, come già accennato, Roma non erogherà i 550 milioni di Euro.
Insomma, governo e Ars, oggi, ricordano tanto quei bambini ai quali, scherzando, si diceva: “O ti mangi questa minestra o ti butti dalla finestra”. Solo che, in questo caso, né Renzi, né Baccei scherzano.
Resta una domanda: a quali soggetti sociali ed economici della Sicilia verranno tolti questi 500 milioni di Euro? L’assessore-commissario Baccei alcune scelte le ha già fatte: ha deciso di azzerare le nove ex Province regionali che, a partire da questo mese, non pagheranno gli stipendi ai circa 6 mila e 500 dipendenti; ha deciso di lasciare senza soldi i Comuni siciliani ai quali – con la connivenza della presidenza dell’ANCI Sicilia, sindaco di Palermo Leoluca Orlando in testa – sta imponendo di ‘spremere’ ulteriormente i cittadini siciliani con nuove tasse (l’unica voce dissidente rispetto a questa linea che penalizza i cittadini è quella del vice presidente della stessa ANCI Sicilia, Paolo Amenta, anche se, a dir la verità, non si conosce la posizione ufficiale degli altri sindaci siciliani, fino ad oggi appiattiti su Orlando); per non parlare dei tagli agli studenti disabili (come raccontiamo in questo articolo).
Di fatto, Crocetta (che fa finta di non condividere le scelte di Baccei, ma che in realtà fa tutto quello che dice Renzi: sembra in cambio di un’improbabile incarico di sottogoverno: di candidarlo, infatti, non se ne parla perché farebbe perdere un sacco di voti) e il PD siciliano, oltre ad aver penalizzato Comuni ed ex Province (trasformate sulla carta in beffardi Consorzi di Comuni e nelle altrettanto beffarde città metropolitane di Palermo, Catania e Messina: ‘trasformazioni senza piccioli…) hanno optato per il taglio della spesa sociale.Per un motivo semplice: perché i minori in difficoltà (come i bambini autistici di Gela lasciati senza assistenza), gli anziani malati, i malati psichici non si possono difendere: e quindi si possono penalizzare.
Sembra invece tramontata l’idea di licenziare i circa 3 mila operai della Forestale con problemi giudiziari alle spalle. Qualcuno ha fatto notare che la Regione tiene tra il proprio personale gli ex PIP di Palermo che, in buona parte, sono ex carcerati. Morale: o si licenziano tutti o nessuno, perché l’Amministrazione regionale non potrebbe usare due pesi e due misure.
per il resto, va segnalata la scelta operata dal presidente dell’Ars, Giovanni Ardizzone, di stralciare dalla manovra tutte le questioni che non sono state esaminate e approvate dalle commissioni legislative di merito. La presidenza del Parlamento ha fatto un po’ di pulizia, ma non pulizia. Nel senso che sono rimaste nella manovra argomenti che nulla hanno a che spartire con una manovra finanziaria.
Insomma, il fatto che una commissione legislativa abbia inserito argomenti che poco o punto hanno a che vedere con la manovra finanziaria non significa che questo sia giusto. Forse sarebbe stato corretto eliminare dal dibattito d’Aula tutti gli argomenti estranei alla manovra finanziaria, come le ‘cementificazioni’ nelle aree adiacenti agli aeroporti e alle autostrade, o tutti gli articoli ‘infilati’ nel disegno di legge dall’assessore al Territorio e Ambiente, Croce, che costituiscono un esempio parlamentare sbagliatissimo: non a caso l’assessore Croce non è nemmeno deputato! 
In questa manovra economica e finanziaria che entrerà nel vivo domani rimangono in ombra due questioni: una istituzionale e una seconda con retroscena legati a interessi mafiosi. Vediamole per grandi linee.
La prima riguarda l’articolo 36 dello Statuto. Il mandato dell’assessore-commissario Baccei è quello di smantellare questo articolo dello Statuto siciliano. Per evitare che, in forza di una sentenza della Corte Costituzionale del 2014 (i cui effetti sono stati bloccati per quattro anni da quel ‘genio’ del presidente Crocetta: il celebre “patto scellerato”, com’è stato definito dall’ex assessore regionale, Franco Piro, esponente storico della sinistra siciliana), lo Stato, a partire dal 2018, si veda costretto ad applicare la sentenza della Consulta, restituendo alla Sicilia buona parte dei miliardi di Euro che ha depredato.
Questo è il vero punto centrale della manovra 2016. Non abbiamo ancora capito cos’hanno in testa Baccei e i dirigenti dell’assessorato all’Economia che, in verità, piuttosto che difendere le ragioni di un assessore-commissario, dovrebbero difendere la Sicilia (e quindi gli interessi dell’Amministrazione che rappresentano). Ma qualche cosa la faranno, perché le burocrazia ministeriali vedono ormai come fumo negli occhi l’articolo 36 dello Statuto.
Il nostro blog si impegna a raccontare quello che combineranno, facendo i nomi e i cognomi dei protagonisti siciliani di questa eventuale manovra ‘ascara’.
Andiamo alla seconda questione: mafia e sanatoria edilizia. Dal 2001 i mafiosi chiedono alla politica siciliana una sanatoria in deroga alla legge regionale numero 78 del 1976: è la legge, voluta dall’allora governo regionale del democristiano Angelo Bonfiglio, che ha introdotto l’inedificabilità assoluta entro i 150 metri dalla battigia. Principi reiterati dalla grande legge urbanistica della Regione, tutt’ora in vigore: la legge n. 71 del 1978.
Non che la tutela lungo le coste siciliane sia stata rispettata alla lettera. Anzi. In tante zone costiere dell’Isola – a cominciare dal Trapanese, ma non solo – il cemento ha fatto un sol boccone di chilometri di coste. Ma si tratta, per l’appunto, di abitazioni abusive che dovrebbero essere abbattute o acquisite al demanio regionale. Colate di cemento che, in barba alla legge, sono ancora in piedi. In attesa di una sanatoria che, a quanto si sussurra, interesserebbe molto la mafia, se è vero che questa abitazioni, una volta sanate, acquisterebbero di valore (per non parlare della possibilità di mega trasformazioni urbanistiche).
Fino ad oggi la politica siciliana si è rifiutata di varare questa sanatoria. Ma, si sa, soprattutto quando c’è di mezzo la cosiddetta antimafia degli affari, mai dire mai…
Che vogliamo dire? Semplice. Che è già stata presentata una strana e già citata proposta per ‘cementificare’ le aree adiacenti agli aeroporti e alle autostrade (proposta, ribadiamo, strana, perché le aree adiacenti agli aeroporti sono insalubri per definizione: ma tant’è). Il dubbio è che, in una Sicilia con un governo che ha detto sì alle trivelle – unico caso in Italia tra le Regioni coinvolte in questo scempio: della serie, senza vergogna – non ci sarebbe da restare stupiti se dovesse maturare la sanatoria che i picciotti aspettano da sedici anni. Da una certa politica siciliana – dopo Muos di Niscemi e trivelle in terra e in mare – c’è da aspettarsi di tutto…









Vi dimostriamo come Renzi e Baccei, con la connivenza di Crocetta e PD, stanno derubando la Sicilia


Riceviamo e pubblichiamo un prezioso contributo dell’economista e studioso di diritto tributario regionale, Benedetto La Punta, sulla  recente  involuzione dei rapporti finanziari con lo Stato. E’ un documento tecnico, ma assai chiaro. Invito i  miei lettori ad un piccolo sforzo di lettura. Ne sapranno di più sullo squallore di questo governo Crocetta, sullo stesso presidente Rosario Crocetta e sul concetto che della “leale collaborazione” tra Stato e Regione, auspicata dalla Corte Costituzionale, manifesta oggi lo Stato rappresentato dal governo Renzi e dal suo ‘killer’, l’assessore all’Economia, Alessandro Baccei
La proposta della Regione relativa ai rapporti con lo Stato, ‘apprezzata’ dalla Giunta regionale con delibera n. 286 del 20 novembre 2015, il cui contenuto  purtroppo non ci  consente di ‘apprezzarne’ profili di tutela degli interessi della Regione, rivela il suo vero significato nell’emendamento cosiddetto ‘salva Sicilia’ alla legge di stabilità 2016.
Infatti il dichiarato fine di chi ha dato vita alla norma è quello di condurre l’Autonomia speciale della Regione siciliana ai sistemi finanziari disposti per le altre Regioni a Statuto speciale, formulando, a tal fine, il programma di “addivenire, tra l’altro, a un chiarimento sulla compartecipazione regionale e sulla revisione delle percentuali di compartecipazioni al gettito tributario, alla ridefinizione delle competenze secondo il principio di leale collaborazione istituzionale…”.
La programmata uniformità delle autonomie speciali, unitamente alla verifica dell’adempimento da parte regionale degli impegni, già assunti, di contenimento delle spese nell’anno 2015 e agli ulteriori medesimi impegni da assumere per l’anno 2016, sembrano costituire condizioni per assegnare alla Regione siciliana 900 milioni di Euro per l’anno 2016.
L’ambizioso e apparente munifico obiettivo programmato dall’estensore della norma dovrà essere perseguito nelle more che si proceda all’adeguamento delle norme di attuazione dello Statuto della Regione siciliana alle modifiche intervenute nella legislazione tributaria (adeguamento previsto per la verità dalla legge 825 del 1971  e mai avvenuto). Ma una accurata riflessione sul valore contenutistico della norma, definita “salva Sicilia” evidenzia un percorso involutivo dell’Autonomia regionale, a fronte di percorsi di avanzamento avviati e conseguiti dalle altre Regioni a Statuto speciale, che, al contrario, non hanno disdegnato di attingere in alcuni casi a previsioni contenute nelle norme statutarie della Regione Sicilia.
In primo luogo incomprensibile risulta l’esigenza di procedere a “chiarimenti sulla compartecipazione regionale” nonché sulla revisione della percentuale di compartecipazione al gettito tributario…”. Un tale intendimento manifesta colpevole inconsapevolezza, se non dolosa omissione, del sistema finanziario delineato dagli art. 36 e ss. dello Statuto regionale, ponendosi in aperto contrasto con lo stesso.
Infatti l’art. 36 prevede una generale attribuzione di entrate della Regione nelle loro intera consistenza, con espressa esclusione di alcuni tributi riservati allo Stato (imposta di fabbricazione, monopoli tabacchi e lotto), mentre non fa cenno alcuno ad ipotesi di entrate compartecipate, ovvero condivise, con lo Stato, e neppure di “percentuali di compartecipazioni al gettito tributario” come invece risulta previsto negli Statuti delle altre autonomie speciali.
La diversità non è di poco conto, giacché la Regione siciliana, proprio in virtù della attribuzione statutariamente disposta, risulta titolare dei tributi espressione della capacità fiscale del territorio.
Alla stessa titolarità consegue la possibilità di acquisire direttamente, al proprio Bilancio, le entrate pagate dai contribuenti siciliani, escludendo qualsivoglia passaggio intermedio dal Bilancio dello Stato e, quindi, la devoluzione successiva, con conseguenti inevitabili effetti sulla immediata disponibilità finanziaria.
Ma ancor più grande rilievo assumono le competenze che derivano dal sistema finanziario delineato dallo Statuto regionale, che configura una Regione titolare della potestà connesse ai tributi, quali la riscossione, già trasferita alla Regione, ma anche l’accertamento, rispetto ad un sistema (delle altre Regioni) di devoluzione da parte dello Stato del solo gettito delle entrate tributarie, e per di più compartecipato nelle percentuali, di volta in volta previste, e consapevolmente manovrate, anche sui tempi dell’erogazione, dallo Stato che detiene la disponibilità finanziaria.
Certamente non può non prendersi atto che, storicamente, il significato dell’Autonomia finanziaria riconosciuta alla Regione dall’art. 36 dello Statuto, basato sul principio della ripartizione dei tributi per il quale spettano alla Regione tutte le entrate tributarie erariali, ad eccezione di quelle espressamente riservate alla Stato, per il finanziamento indifferenziato di tutte le funzioni, è stato ampiamente denegato e disatteso. Agli addetti ai lavori sono ampiamente noti gli atteggiamenti ostruzionistici dell’Amministrazione finanziaria statale che ha sempre ricondotto la questione dei rapporti Stato-Regione ai soli effetti finanziari nel Bilancio dello Stato, limitando le potestà regionali e sottraendo in tal modo alla Regione entrate per oltre 8 miliardi di Euro annui nel breve periodo.
(Il tutto, aggiungo io, senza che i governi regionali avessero nel tempo fatto valere i diritti della Regione!)
Sono in grado di elencare tutte le entrate che alla Regione dovrebbero essere trasferite per correttamente parlare di attuazione dello Statuto:
le ritenute operate dalle Amministrazioni statali ed Enti previdenziali,
le ritenute sui depositi bancari e postali,
l’IVA frutto di operazioni imponibili in Sicilia ecc.
Si tratta di entrate il cui  ammontare complessivo risulta di molto superiore a quello contenuto nella proposta regionale “apprezzata” dalla Giunta Crocetta.
Non è difficile con questi elementi presentare allo Stato una proposta organica, assai diversa dalla proposta parziale e insipiente che la Regione oggi ha avanzato allo Stato e che ha dato luogo ad una norma insidiosa, norma che, simulando di voler salvare la Sicilia, la avvince in una situazione irreversibile di esclusione di quella Autonomia originariamente disegnata per la Regione da uno Statuto che, seppur indicato da più parti, ingiustificatamente, come la fonte di tutti i guai della collettività siciliana, se attuato nella sua interpretazione evolutiva si presenta invece come strumento prezioso di risanamento delle condizioni finanziarie ed economiche dell’Isola.









INCHIESTA/ L’eredità avvelenata del cuffarismo


La memoria ci salva dalla ripetizione degli errori. E la memoria ci impone di ricordare che le scelte politiche e amministrative adottate al tempo di Cuffaro hanno devastato la Regione e mortificato l’Autonomia, trasformata in un ‘assumificio’. Sperperi di tutti i generi e di tutte le specie. La ‘filosofia’ e la ‘prassi dell’uso spregiudicato del denaro pubblico per la ricerca del consenso. Il fatto di aver adottato tali scelte con l’avallo dei partiti di centrodestra (e spesso anche con le opposizione di centrosinistra: vedi i precari e la ‘esternalizzazione’ dei servizi) non assolve Cuffaro. Anzi
Totò Cuffaro è uscito dal carcere e già i giornali sono pieni delle sue interviste. Comprensibile per un uomo politico che è stato per quasi un ventennio un protagonista della politica siciliana. Un po’ meno comprensibile la ‘celebrazione’ che accompagna il suo ritorno a casa (e non in politica come dice anche lui).
Detto questo sono un po’ stupito del clima ‘festaiuolo’ che si sta creando attorno al personaggio, che non può certo essere ricordato come esempio positivo. Non solo per la condanna che ha scontato (con grande dignità e con senso delle istituzioni: e questo dobbiamo riconoscerlo), ma anche per l’eredità che ha lasciato.
Gli uomini hanno un grande difetto: dimenticano. E su questo che contano, un perdono che nasce dall’oblio. Ma dimenticare ha gravi conseguenze: ci costringe a rivivere quello che, pur se vissuto,viene dimenticato. E’ per questo che dobbiamo ricordare.
Cuffaro ha assicurato che andrà a fare volontariato in Africa e che non farà politica. Bene la prima e grazie tante per la seconda! Fare politica direttamente non gli è consentito dalla pena interdittiva  accessoria che gli è stata inflitta. Ma già al secondo giorno di libertà non parla più di volontariato e si offre di dare consigli e suggerimenti a chi la politica attiva continuerà o comincerà (parenti, amici) a farla. Forse, sotto sotto, non gli dispiacerebbe recitare il ruolo del  padre nobile.
Però, però…. Ricordare a certa parte dei siciliani i tempi di Cuffaro può diventare un boomerang. Noi lo facciamo per scongiurarne il ripetersi, ma non è grande il rischio di  fare  involontariamente campagna elettorale al neo cuffarismo? Un po’ come fece a suo tempo Anna Finocchiaro, rivale (molle, distratta) diRaffaele Lombardo alle elezioni a presidente della Regione. La senatrice realizzò inconsciamente il migliore spot elettorale pro Lombardo quando disse che una raccomandazione di Lombardo valeva più di un master universitario. Che genio! Che donna! L’elettorato la  premiò con un bel 30% e Lombardo stravinse.
Ecco, quello che ricorderemo oggi potrebbe avere lo stesso effetto. Compattare il centrodestra,  rifare l’asse con Gianfranco Miccichè e  raccattare tutti i relitti politici per ora in stand by, trovare una nuova faccia da mettere sui manifesti e via, verso nuove avventure!
Ma a noi questo elettorato non serve. Ricordo che la nostra scommessa è lavorare per la creazione, in Sicilia, di un contro-blocco sociale, fatto di gente seria, civilmente responsabile, che si impegni, lotti e vinca contro il peggio.
Se questo elettorato non c’è, o, se c’è, non è tuttavia sufficiente, allora, “muori Cesare”! Noi avremo in ogni caso “combattuto la buona battaglia”.
Noi siamo i primi a dire che i danni – soprattutto finanziari – prodotti da tre anni di governo Crocetta-PD sono incredibili. Ma non dobbiamo dimenticare i danni prodotti dal  cuffarismo. Tutti frutto di una filosofia perversa: ricercare ed acquisire il consenso con l’uso spregiudicato del pubblico denaro.
Ora, giusto per non dimenticare, proveremo ad elencare alcune scelte politiche e amministrative adottate dalla Regione siciliana tra il 2001 e il 2008 (il periodo della presidenza Cuffaro). Rispondendo in anticipo a chi ci dirà: quelle scelte non sono state solo di Cuffaro, ma di tutto il centrodestra e, in alcuni casi (vedi i precari), di tutto lo schieramento politico: destra, sinistra e centro. Tutto vero. Il problema è che Cuffaro era il presidente della Regione, eletto per la prima volta dal popolo sovrano e che, di conseguenza, se avesse voluto, avrebbe potuto dire “No”. “Volontà, se non vuol, non s’ammorza” ci ricorda Dante.
Invece, oltre ad essere il protagonista di certe scelte, ha detto tanti, forse troppi “Sì” a scelte scellerate, volute magari da altre forze politiche, di maggioranza e di opposizione. Vediamo di riassumere i disastri del cuffarismo che il crocettismo non solo non ha eliminato, ma ha – in alcuni casi – peggiorato.
Quando si chiude la legislatura 1996-2001 la politica siciliana dell’epoca saluta la fine della lunga e tormentata stagione della ‘Regione imprenditrice’. Iniziata nei primi anni ’60 del secolo passato sulle ceneri della Sofis (la prima società finanziaria a partecipazione pubblica inventata dalla politica siciliana e poi trasferita nel resto d’Italia), con la creazione di EMS, ESPI e AZASI, questa esperienza – disastrosa per le ‘casse’ regionali – ma assai gratificante per la politica, per i Presidenti degli enti e consigli di amministrazione e gli imprenditori del Nord, a fine anni ‘90 si avvia a conclusione, almeno sulla carta, con l’approvazione del regolamento per l’avvio delle liquidazioni di EMS, ESPI e AZASI. Il processo di liquidazione dura anni e anni, dispensando prebende a destra e a manca (ancora oggi, ogni anno, nel Bilancio della Regione si appostano 500 mila Euro per la liquidazione di questi tre enti che sembra infinita: e non ci stupiremmo se l’assessore Alessandro Baccei abbia previsto questi ‘soliti’ 500 mila Euro anche per il 2016…).   
La legislatura 2001-2006 si apre con l’impegno ‘solenne’ della politica siciliana a non ripetere gli ‘errori’ del passato. A parole, ovviamente. Perché con Cuffaro presidente della Regione inizia il processo insensato di esternalizzazione dei servizi della Regione con la creazione di nuove società che, nel giro di qual che anno, diventeranno circa quaranta! Alcune di queste società avrebbero anche potuto trovare una giustificazione strategica. Ma, nella stragrande maggioranza dei casi, si tratta di ‘carrozzoni mangiasoldi’ dove i politici siciliani piazzano raccomandati di tutti i generi e di tutte le specie. Tutti assunti rigorosamente senza concorso.
Infatti, è qui la malafede, l’inganno, per l’assunzione di personale valgono le regole delle società di capitale che assumono chi vogliono; però per pagare questo personale si ricorre ad onerose convenzioni a carico dell’Amministrazione regionale.
Cuffaro lo sa benissimo. E’ questo il punto!
L’assurdità di questa vicenda sta nel fatto che questo personale viene utilizzato per mansioni che avrebbero dovuto e potuto essere esercitate dai dipendenti della stessa Regione. Il cuffarismo, di fatto, opera con quattro categorie di lavoratori:
gli assunti alla Regione con regolare concorso (pochissimi);
gli assunti alla Regione per raccomandazione a partire dai primi anni ’80;
i precari (i quali se pure esistevano prima di Cuffaro, potevano da lui  essere  mandati a casa; se non l’ha fatto e ne ha goduto i “rientri” elettorali si è reso responsabile di tutto quello che succede oggi);
i nuovi assunti nelle società collegate alla Regione.
Ripetiamo: alcune società avrebbero potuto essere anche strategiche. E’ il caso di Sicilia e-Servizi, se fosse stata gestita bene. Ma è stata gestita con i piedi, se è vero che la Regione ha creato una società per gestire l’informatizzazione, affidando il tutto a una società privata che ha sempre ricattato la stessa Amministrazione regionale!
Vogliamo parlare della società che ha acquistato  i beni immobili della Regione e poi li ha riaffittati alla stessa Regione a canoni assai superiori a quelli di mercato? Un’operazione diseconomica, stigmatizzata dalla Corte dei Conti che si però guardata bene dall’avviare un procedimento per danni all’Erario e che ha avuto il solo ‘merito’ di fare arricchire qualcuno (tra cui si intravede anche qualcuno dei furbetti del quartierino”). Che bisogno c’era?
Per non parlare di tutte le aziende siciliane private, fallite nel corso degli anni, i cui dipendenti, non si capisce bene a che titolo, sono finiti negli uffici della Regione siciliana! Follie su follie.
Si dirà: Cuffaro non può essere il solo responsabile di questo ambaradan. Dietro queste assunzioni a ruota libera messe sul ‘groppone’ del Bilancio regionale c’era tutta la politica siciliana di quegli anni, di maggioranza e di opposizione. Pochissimi sono i deputati dell’Ars di quegli anni che non ‘sistemavano’ qualcuno in queste società. Verissimo. Ma Cuffaro, lo ripetiamo, era il presidente della Regione e non gli è mai passato per la testa  di dire basta.
Vogliamo parlare del Servizio 118? Anche in questo caso i lettori diranno: sotto inchiesta per le assunzioni a ruota libera in questo settore sono finiti tutti i parlamentari che facevano parte della commissione legislativa Sanità dell’Ars. Vero. Verissimo. Ma Cuffaro – questo non finiremo mai di ripeterlo – era il presidente della Regione e avrebbe avuto l’obbligo di dire NO!
E che dire di Sicilacque spa?  Che senso ha regalare,sì regalare, per quarant’anni ai privati le infrastrutture idriche realizzate con il denaro dei siciliani, per poi acquistare l’acqua dalla stessa società privata alla quale sono state date in comodato gratuito le infrastrutture idriche? Ci voleva tanto a capire che le infrastrutture idriche, una volta finite nelle mani di Sicilacque e, in generale, dei privati (il riferimento, in questo secondo caso, è ai privati che hanno operato in ogni provincia con gestioni pessime e, in alcuni casi fallimentari), non sarebbero state migliorate? E infatti è proprio quello che è successo: il servizio idrico della Sicilia è stato privatizzato, è pessimo, le infrastrutture idriche della nostra Isola sono praticamente le stesse di quindici anni fa, in molti casi peggiorate. La novità è che paghiamo quello che, alla fine, non è altro che un ‘pizzo’ ai privati che ci vendono la nostra acqua!
Non solo. I privati che gestiscono il servizio idrico hanno assunto un sacco di personale (incredibile quello che è successo con Girgenti acque: ma è solo un esempio). Assunzioni per chiamata diretta, su segnalazioni politiche. Tutto a carico dei contribuenti con le bollette maggiorate!
Dagli ATO idrici e agli ATO rifiuti. Anche in questo caso, un’altra grande truffa a carico del Bilancio della Regione. Con la creazione di società d’ambito tra i Comuni. Che bisogno c’era di optare per le società tra Comuni? Non sarebbero bastati i consorzi tra Comuni? No. E sapete perché? Perché con le società d’ambito tra Comuni i partiti politici tradizionali, attraverso i sindaci (che erano i ‘governatori’ degli ATO rifiuti) ‘pilotavano’ assunzioni senza alcun controllo. Tutte assunzioni non necessarie: sarebbe bastato fare le cose giuste, reimpiegare  gli addetti al servizio rifiuti già in carico ai Comuni nelle nuove gestioni a costo zero e invece si sono  fatte scellerate assunzioni senza concorso, per ‘rigorose’ raccomandazioni alle quali non erano estranee le organizzazioni sindacali. Con aggravio di spesa pubblica.
Non a caso, oggi, a difendere i circa 13 mila soggetti assunti negli ATO rifiuti – 13 mila persone assunte senza concorso dai primi anni del 2000 ad oggi! – sono CGIL, CISL e UIL che reclamano stipendi e stabilizzazioni per questo personale.
In galera dovrebbero andare! E questo mentre i Comuni, esasperati, di fatto, si vanno organizzando per gestire questo servizio in economia, in barba a una legge sbagliata. I cittadini, gli elettori, debbono sapere che ogni truffa o ruberia messa in atto nella gestione degli ATO – è il caso dello smaltimento del percolato, ma non solo – finisce nelle tariffe. A pagare sono sempre gli ignari cittadini!
Vogliamo parlare della ‘stabilità politica’ dei Comuni siciliani? Nei primi anni ’90 e nei primi anni del 2000 nei Comuni siciliani era una guerra continua tra i sindaci e i consigli comunali. La legge sull’elezione diretta dei sindaci che avrebbe dovuto dare stabilità ai Comuni, approvata nel 1992 dall’Ars, aveva invece creato una continua e incontrollata conflittualità. Cos’ha fatto, allora, la politica siciliana di quegli anni – politica della quale Cuffaro era il più importante rappresentante, e comunque quello che avrebbe potuto chiudere questa storia – per ‘stabilizzare’ i Comuni? Semplice: ha raddoppiato le indennità a sindaci, assessori e consiglieri comunali. Poi ha omesso i controlli sulle commissioni consiliari che si riuniscono, ancora oggi, un giorno sì e l’altro pure. E così la stabilità politica veniva comprata coi soldi nostri!
Volete un saggio di  orrore puro?  Parliamo di  una legge approvata sempre al tempo di Cuffaro, una legge allucinante in base alla quale i Comuni, quindi noi, i contribuenti, indirettamente, pagano per intero lo stipendio ai consiglieri comunali che non possono andare a lavorare (questo riguarda i Comuni medi e grandi). La legge infatti prevede il rimborso per le aziende presso le quali lavorano i consiglieri comunali che poi ‘girano’ i soldi ai propri dipendenti-consiglieri comunali). Questa legge è dolosamente criminogena, se è vero che ha dato la stura a casi di consiglieri comunali disoccupati, che, appena eletti, si sono fatti assumere da aziende private con ruoli dirigenziali e che vengono pagati, di fatto, dai Comuni come dirigenti!
Un’altra vicenda che risale al periodo cuffariano è quella dei dirigenti generali pescati dalla cosiddetta terza fascia dirigenziale. E’ chiaro che chi è nominato fa un bel alto in termini economici. Giusto. Le responsabilità sono ben altre.
Ma sulla dirigenza generale il governo regionale di quegli anni  ha “patteggiato” col sindacato, e lo ha sancito nel contratto di lavoro dei regionali, una norma in base alla quale i dirigenti generali cessati dall’incarico, e pur in assenza di altro incarico, hanno continuato a percepire l’indennità alto dirigenziale: il che vuol dire che un dirigente di terza fascia, anche se privato di incarico di dirigente generale ne conserva la retribuzione, anche se  è  a spasso.
E che dire, poi, dei meccanismi  ‘promozionali’ di avanzamento di carriera contenute in quello stesso contratto di lavoro? Storia vecchia, questa, se si pensa che un operaio, assunto negli anni 50 del secolo scorso come “listinista” è assurto alla gloria di direttore regionale!
Tutte queste cose – diranno sempre i nostri lettori – sono state fatte da tutta la politica siciliana. Ma il discorso è sempre lo stesso: il presidente era Cuffaro che aveva il potere per dire “No”: e invece ha detto “Sì”.
Così come non è riuscito a bloccare chi, a Roma, ha mandato a mare l’Intesa istituzionale di programma tra Stato e Regione (ve ne parla Carlo Aragona in questo interessante articolo) firmata alla fine degli anni ’90 dall’allora vice premier, Sergio Mattarella (parliamo del governo D’Alema).
Nei primi anni del 2000 l’Intesa, che è un vero e proprio patto operativo tra Stato e Regione, avrebbe portato un bel po’ di quattrini in Sicilia e tanto, tanto lavoro. Ma al governo Berlusconi non conveniva investire in Sicilia: così l’allora vice ministro con delega per il Sud, Gianfranco Miccichè, mandò all’aria l’Intesa di programma e Giulio Tremonti, il ministro leghista dell’Economia, si portò via i soldi
(Se lo ricordino i cazzoni di Noi con Salvini!).
Con Cuffaro presidente della Regione, che non solo non trovò nulla da ridire ma, d’accordo con Miccichè, mandò Giuseppe Drago, quello che si ammuccò i soldi dei “Fondi riservati”, alla Direzione della Programmazione a fare il lavoro sporco e a incassare i sospesi.





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