Bertolt Brecht : “Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente”





Non mi piace pensare che esiste l’ingiustizia della legge, non mi piace perché è dura da digerire, mi rendo conto che spesso e volentieri si perde traccia degli eventi perché non sono più sensazionali e solo grazie alla diretta conoscenza delle persone coinvolte verrai a sapere che quella storia non è finita così. Ma…………..  “ Non c’è niente di più profondo di ciò  che appare in superficie “





Pino Ciampolillo


Monday, February 22, 2016

Cereali bloccati a Ravenna perché tossici. E in Sicilia che succede con il grano? Ravenna, “diossina nel grano per gli allevamenti”: fermate 20 mila tonnellate «Le navi di grano con micotossine che arrivano in Sicilia» Parla Cosimo Gioia, dalla Tomasello agli ascari della pasta




Cereali bloccati a Ravenna perché tossici. E in Sicilia che succede con il grano?


Ce lo chiediamo perché, nel Novembre del 2014, abbiamo intervistato l’ex dirigente generale della Regione, dipartimento Agricoltura, Cosimo Gioia, che ci ha raccontato la sua disavventura: la disavventura di un dirigente che ha cercato di fare chiarezza sulla salubrità dei grani che arrivano in Sicilia con le navi ed è stato bloccato dai potenti e dagli ‘ascari’ della politica siciliana. Breve digressione sui grani ‘biologici’ della nostra Isola e, in generale, sull’agricoltura ‘biologica’…
Il Fatto quotidiano di oggi pubblica un articolo dal titolo: “Ravenna, diossina nel grano per gli allevamenti: fermate 20 mila tonnellate” (che potete leggere qui). Subito il nostro pensiero è volato al porto di Palermo e, in generale, ai grani che invadono la Sicilia. Ci siamo ricordati di Cosimo Gioia, già dirigente generale della Regione siciliana, dipartimento Agricoltura. E di un’intervista che chi scrive ha pubblicato nel Novembre del 2014 sul quotidiano on line,Meridionews. (che potete leggere qui)
In questa intervista si parla dei grani siciliani e dei controlli, anzi, dei mancati controlli sui grani che arrivano in Sicilia con le navi.
Rileggiamo assieme alcuni passi di questa intervista a Cosimo Gioia:
“Quando mi sono insediato all’assessorato regionale all’Agricoltura ho appurato che i pastifici siciliani che utilizzavano il grano duro siciliano si contavano sulla punta delle dita, compresa la Tomasello. E che la stragrande maggioranza del grano arrivava, e arriva ancora oggi, con le navi. Così ho disposto i controlli sanitari del grano che arriva in Sicilia con le navi. Ho accertato che erano e sono navi assolutamente inadeguate, magari ex petroliere, che trasportano granaglie provenienti da Paesi dove sono state trattate con fitofarmaci pesanti, cioè veleni, fino a prima della raccolta. Grano pieno di micotossine. Grano che arrivava e arriva anche da Cernobyl”.
E che è successo? 
“Di tutto. Perché questi controlli nell’interesse degli ignari consumatori siciliani che mangiano pane e pasta fatti con grano arrivato da chissà dove non si dovevano attuare. Non bisognava disturbare i due-tre grandi importatori che comandano il prezzo del grano in Sicilia. Sarebbe stato semplice affrontare e risolvere il problema, ma non si è voluto. Avevo pronto il progetto per il marchio del grano duro siciliano. I pastifici siciliani erano d’accordo. Tutti d’accordo, tranne la politica siciliana”.
In che senso?
“Nel senso che mi hanno sbattuto fuori. Hanno vinto i due-tre grandi commercianti che oggi continuano a controllare il mercato del grano in Sicilia”.
E il presidente Lombardo?
“Mi dava ragione. Mi assecondava. Poi, però, mi ha tolto l’incarico”.
Solita storia. Oggi?
“Ancora oggi in Sicilia arrivano le solite navi con il solito grano e i siciliani mangiano. E oggi che, anche grazie alla crisi Ucraina, il prezzo del grano duro siciliano è schizzato a 40 centesimi e forse più, cosa fanno i politici siciliani? Sono preoccupati. Hanno ragione: per loro se gli agricoltori siciliani ci guadagnano è un problema. Forse perché li debbono tenere al cappio. Sono incredibili, gli attuali politici siciliani. Invece di pensare a un marchio del grano duro siciliano, invece di favorire la produzione di pasta e pane con grano duro della nostra terra utilizzando al meglio questa congiuntura internazionale favorevole, si lamentano che il prezzo è alto. Incredibile. Se fossero stati un po’ attenti, seguendo magari Report, saprebbero che già alcuni mesi fa la trasmissione d’inchiesta di Milena Gabanelli aveva previsto che il prezzo del grano sarebbe schizzato a 50 centesimi al chilogrammo. Questo sempre per rispondere a certi politici siciliani”.
Ma del suo progetto per controllare la salubrità delle navi cariche di grano che arrivano in Sicilia e del marchio del grano duro siciliano i suoi successori, Salvatore Barbagallo e Dario Cartabellotta, hanno fatto qualcosa?
“Lo chieda a loro”.
Fin qui l’intervista del Novembre 2014. E oggi? Abbiamo rintracciato al telefono Cosimo Gioia che, sempre gentile, ha risposto alle nostre domande.
E’ cambiato qualcosa rispetto a due anni fa?
“Non mi sembra proprio. Io stavo avviando una serie di controlli scientifici sulle navi cariche di grano che arrivano in Sicilia. E l’ho fatto rischiando di persona, perché ho toccato interessi consolidati. Ma, come ho già raccontato qualche anno fa, sono stato bloccato”.
Quindi in Sicilia continuiamo ad arrivare grani senza controlli?
“Credo proprio di sì”.
E il grano siciliano che fine fa?
“Il grano siciliano è tra i migliori al mondo sotto il profilo della qualità. E’ uno dei pochi grani nei quali le aflatossine sono praticamente non rintracciabili”.
Che significa?
“Le aflatossine sono sostanze tossiche prodotte dai funghi che si sviluppano nel grano. In Sicilia, dove ad Aprile, a Maggio e a Giugno il sole spacca le pietre, questi funghi non trovano le condizioni climatiche per svilupparsi”.
E che fine fanno i grani siciliani?
“A parte il prodotto che viene commercializzato qui in Sicilia – e parliamo di quantitativi minimi – la maggior parte del grano prodotto nelle contrade siciliane prende la via dell’estero”.
E a noi siciliani rifilano il pane fatto con i grani che arrivano con le navi…
“Purtroppo nella stragrande maggioranza dei casi è così. Io, da dirigente generale della Regione siciliana, ho provato a cambiare le cose, nell’interesse dei consumatori siciliani. Ma sono stato travolto da grandi interessi e, soprattutto, dall’ascarismo della politica siciliana”.
Visto che lei è un tecnico e che nella vita fa l’imprenditore agricolo possiamo fare chiarezza sui grani biologici prodotti in Sicilia? A noi ‘sta storia dei grani biologici convince poco.
“E convince poco anche me. Come ho già detto, ci sono periodi dell’anno in cui il grano siciliano cresce senza problemi. Ma a Marzo, quando si pone il problema delle malerbe, si deve intervenire”.
E come si interviene?
“Con gli erbicidi”.
Cioè con i prodotti chimici?
“Certo. A meno che non si decida di eliminare le malerbe manualmente. Ma con costi di produzione elevatissimi”.
Mai lei cosa pensa del grande boom dell’agricoltura biologica siciliana?
“Passiamo alla domanda di riserva”.
P.S.
In effetti, da almeno sei-sette anni chi scrive si chiede: ma che fine fa tutta la produzione agricola ‘biologica’ della Sicilia che dovrebbe giustificare i 320 milioni di Euro di contributi del Piano di Sviluppo Rurale 2007-2013?
(Parliamo dei fondi in parte già erogati – 180 milioni di Euro – e in parte ancora da erogare (altri 140 milioni di Euro): risorse a rischio dopo un pronunciamento del TAR Sicilia per il quale non è stato inoltrato ricorso al CGA, da parte della Regione, nei termini di legge. 

Ravenna, “diossina nel grano per gli allevamenti”: fermate 20 mila tonnellate

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«Le navi di grano con micotossine che arrivano in Sicilia»
Parla Cosimo Gioia, dalla Tomasello agli ascari della pasta

GIULIO AMBROSETTI 
POLITICA – L'ex dirigente generale dell'assessorato regionale all'Agricoltura racconta la sua breve ma intensa esperienza con il Governo di Raffaele Lombardo. Quando ha provato a tutelare i consumatori siciliani dalle granaglie che arrivano da chissà dove, prodotte chissà come. Risultato: silurato
L'annuncio della chiusura di uno dei più antichi pastifici della Sicilia - la Tomasello - ha acceso i riflettori sul grano siciliano. Improvvisamente la politica della nostra Isola si è ricordata che dalle nostre parti si produce grano duro. E pazienza se oggi molti politici siciliani non conoscono nemmeno la differenza tra grano duro e grano tenero. L'importante è parlarne. Noi, per raccapezzarci un po', siamo andati a intervistare un agricoltore siciliano la cui famiglia si occupa da generazioni di produzioni agricole. Cosimo Gioia - questo il suo nome - oltre che agricoltore, è stato anche impegnato nel sociale. Il passato Governo regionale - erano i tempi di Raffaele Lombardo - lo ha nominato dirigente generale dell'assessorato all'Agricoltura. Ma lì è rimasto poco. Proprio perché, sostiene, aveva iniziato a fare chiarezza sugli intrighi che stanno dietro il grano in Sicilia. 
Cominciamo dalla chiusura del pastificio Tomasello e dalle dichiarazioni dei politici siciliani. 
«Sono davvero trasecolato dalla dichiarazione del nuovo assessore all’Agricoltura, avvocato Nino Caleca, sulla vicenda Tomasello. Certe dichiarazioni sono davvero gravi e rappresentano l’inconsistenza e l’incompetenza dell’attuale governo siciliano nel settore agricolo. Quanto alla vicenda Tomasello, beh, mi astengo dal commentare, perché sono convinto, al di fuori dei tecnicismi economici che ognuno vuole porre, che altre sono le cause della crisi di questo pastificio storico. Poi se volete davvero entrare nel merito della crisi del settore possiamo parlarne, ma tutte le grandi famiglie imprenditoriali alla fine entrano in crisi». 
Torniamo alla politica.
«L’assessore Caleca se la prende con l’aumento del prezzo del grano duro e vuole indagare. Vuole capire dov'è finita la differenza di prezzo, visto che la qualità non è aumentata. Ma stiamo scherzando? Alle banche, egregio assessore. È lì che è finita la differenza. Quelle banche alle quali gli agricoltori siciliani pagano i debiti che hanno contratto nei decenni passati, quando il grano aveva un prezzo irrisorio che a coltivarlo non si pagavano nemmeno le spese vive. Nessun mafioso e nessuna lobby comanda in questo settore produttivo. È una semplicissima legge di mercato: diminuisce l’offerta ed aumenta la domanda e quindi il prezzo sale. Semplicissimo, caro avvocato Caleca, legge di mercato, niente di inquietante. Era quello che tutti gli agricoltori si aspettavano. Altro è il discorso della commercializzazione». 
Possiamo entrare nel dettaglio?
«Certo. A 25 centesimi di euro al chilogrammo si pagano le sole spese di coltivazione e da lì comincia il guadagno. Cosa che succede per la prima volta quest’anno con il prezzo del grano a 40 centesimi al chilogrammo. Perché, mi chiedo, nessun politico si era mai preoccupato del prezzo del grano duro quando questo era 18-20 centesimi dicendo che era troppo basso? Strano, molto strano leggere che del prezzo attuale del grano se ne occupa anche l’onorevole Magda Culotta, che a Pollina avrà visto solo manna e nocciole e grida che il prezzo del grano duro siciliano è alto! Inconcepibile. Purtroppo siamo governati da questi personaggi e dobbiamo ascoltarli».
 Dicono che la qualità del grano duro siciliano non è più quella di una volta. Cosa c'è di vero?
«Di vero c'è che per anni, come ho già raccontato, il prezzo del grano duro siciliano garantiva a malapena la copertura dei costi. Così alcuni agricoltori hanno lasciato perdere. Mentre altri hanno puntato sulle alternative. Penso alle biomasse. Alla fine produci erba con la quale si produce energia. Senza concimazione, senza operazioni colturali. Senza fare niente ci guadagni di più rispetto al grano duro, che invece è fatica. Così la superficie a grano duro della Sicilia si è ridotta di circa il trenta per cento».
E la qualità?
«Quando il grano duro siciliano si vendeva a meno di 20 centesimi di euro al chilogrammo, e quindi si coltivava in perdita, alcuni agricoltori non effettuavano più le operazioni culturali. Raccoglievano quello che la pianta produceva e basta. Perché avrebbero dovuto spendere soldi per operazioni colturali e lavoro se facendo un buon prodotto avrebbero perso lo stesso? I politici siciliani che oggi parlano del grano duro siciliano, della qualità, non conoscono questo mondo. Non è stato sempre così, per carità. La Sicilia ha avuto anche politici preparati, che sapevano e capivano anche di agricoltura. Oggi, invece, siamo al disastro».  
Alla fine anche lei ammette che la qualità, in alcuni casi, è scaduta. 
«L'ho detto: se perdo soldi sia producendo bene, sia producendo male, perché devo spendere soldi per produrre bene? Ma se gli agricoltori siciliani vengono messi nelle condizioni di ben operare, e oggi con il prezzo a 40 centesimi al chilogrammo le condizioni ci sono, il grano duro siciliano è di altissima qualità, con una percentuale di proteine che va dal 12 al 14 per cento. Il nostro grano duro, per clima e latitudine, è di gran lunga il più salubre e assolutamente privo di micotossine rispetto a tutti gli altri. Anzi, questa è l’occasione giusta per portare avanti un progetto, che a suo tempo avevo proposto, di valorizzazione del grano duro siciliano…».
Siamo arrivati alla sua esperienza di dirigente generale. Lei, questo lo ricordiamo, ha iniziato a lavorare per fare chiarezza sul grano duro siciliano. Ce ne parli.
«Quando mi sono insediato all'assessorato regionale all'Agricoltura ho appurato che i pastifici siciliani che utilizzavano il grano duro siciliano si contavano sulla punta delle dita, compresa la Tomasello. E che la stragrande maggioranza del grano arrivava, e arriva ancora oggi, con le navi. Così ho disposto i controlli sanitari del grano che arriva in Sicilia con le navi. Ho accertato che erano e sono navi assolutamente inadeguate, magari ex petroliere, che trasportano granaglie provenienti da Paesi dove sono state trattate con fitofarmaci pesanti, cioè veleni, fino a prima della raccolta. Grano pieno di micotossine. Grano che arrivava e arriva anche da Cernobyl». 
E che è successo? 
«Di tutto. Perché questi controlli nell'interesse degli ignari consumatori siciliani che mangiano pane e pasta fatti con grano arrivato da chissà dove non si dovevano attuare. Non bisognava disturbare i due-tre grandi importatori che comandano il prezzo del grano in Sicilia. Sarebbe stato semplice affrontare e risolvere il problema, ma non si è voluto. Avevo pronto il progetto per il marchio del grano duro siciliano. I pastifici siciliani erano d'accordo. Tutti d'accordo, tranne la politica siciliana». 
In che senso?
«Nel senso che mi hanno sbattuto fuori. Hanno vinto i due-tre grandi commercianti che oggi continuano a controllare il mercato del grano in Sicilia». 
E il presidente Lombardo?
«Mi dava ragione. Mi assecondava. Poi, però, mi ha tolto l'incarico».   
Solita storia. Oggi?
«Ancora oggi in Sicilia arrivano le solite navi con il solito grano e i siciliani mangiano. E oggi che, anche grazie alla crisi Ucraina, il prezzo del grano duro siciliano è schizzato a 40 centesimi e forse più, cosa fanno i politici siciliani? Sono preoccupati. Hanno ragione: per loro se gli agricoltori siciliani ci guadagnano è un problema. Forse perché li debbono tenere al cappio. Sono incredibili, gli attuali politici siciliani. Invece di pensare a un marchio del grano duro siciliano, invece di favorire la produzione di pasta e pane con grano duro della nostra terra utilizzando al meglio questa congiuntura internazionale favorevole, si lamentano che il prezzo è alto. Incredibile. Se fossero stati un po' attenti, seguendo magari Report, saprebbero che già alcuni mesi fa la trasmissione d'inchiesta di Milena Gabanelli aveva previsto che il prezzo del grano sarebbe schizzato a 50 centesimi al chilogrammo. Questo sempre per rispondere a certi politici siciliani».  
Ma del suo progetto per controllare la salubrità delle navi cariche di grano che arrivano in Sicilia e del marchio del grano duro siciliano i suoi successori, Salvatore Barbagallo e Dario Cartabellotta, hanno fatto qualcosa?
«Lo chieda a loro».  
http://meridionews.it/articolo/40091/verso-il-referendum-la-presenza-capillare-dei-notriv-il-padre-dei-quesiti-gli-italiani-andranno-a-votare/


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